Torniamo ragionare sul Vajont –


Come  si costruisce una catastrofe  in nome del dio Mammone

e come si fanno sparire 2000 morti dalla coscienza collettiva.

Il 9 ottobre 2013 saranno passati 50 anni da una delle maggiori tragedie del dopoguerra in Europa: la frana del Monte Tòc dentro il lago artificiale  della valle del torrente Vajont, che provocò la morte di duemila persone, molti dei quali non furono mai trovati.    http://www.vajont.info/vittime.html

Parleremo nei prossimi interventi del lavoro di   Lucia Vastano   sul dopo Vajont, il capitolo più scandaloso della storia della repubblica italiana. 

Vogliamo tornare a ragionare su quanto è successo prima e dopo quei fatti :  è un compito urgente, per capire i meccanismi della comunicazione e degli occultamenti del reale  che lo sviluppo della “modernità” ha prodotto. Affinché il  50.esimo anniversario non sia solo una occasione di lacrime di coccodrillo e di fasulle commemorazioni.

Riproponiamo come fosse “in prima visione”   il lavoro più completo finora prodotto sui fatti del Vajont :  la ricostruzione in forma teatrale che l’attore Marco Paolini aveva presentato su RAI2 nel 34.esimo anniversario ( 1997 ) un lavoro fondato sulla documentazione che la giornalista e scrittrice Tina Merlin   in  Sulla pelle viva – Come si costruisce una catastrofe   aveva pubblicato vent’anni dopo i fatti, riassumendo un lungo lavoro di inchiesta, cominciato tanti anni prima.

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Il cavallo di JenindaIl campo rifugiati di Jenin, tra ricordi tragici e (apparente) normalità (12 dicembre 2011)
Entriamo insieme per una breve visita a piedi del campo di rifugiati di Jenin. Niente a che vedere con altri campi rifugiati visti in Africa: qui non ci sono né baracche né tendoni, e la gente vive in palazzine d’appartamenti a più piani, di cemento e mattoni, abbastanza solide, anche se costruite alla bell’e meglio, una accanto all’altra, senza molto spazio per respirare o per ammirare il cielo, e senza molta intimità.
Dal punto di vista urbanistico, questo è in realtà un quartiere della città come tanti altri, soltanto più denso e più povero. Tutti i campi di rifugiati in Palestina sono costituiti da strutture permanenti e sono a volte difficilmente distinguibili dai quartieri normali. Politicamente parlando però vengono sempre definiti come campi di rifugiati, perché i loro abitanti sono i palestinesi e…

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