Haiti : il petrolio nuova posta in gioco ?


Condividi su facebooktwitteraddthis.com

riportato da Il Manifesto

03.02.2010
  • TAGLIO MEDIO   |   di Maurizio Matteuzzi
    SCENARI – Il futuro del ricco paese più povero

    La posta in gioco dello scontro umanitario

    La prima ad alimentare i sospetti che gli «aiuti umanitari» dispiegati dagli Usa a Haiti dopo il terremoto non fossero altro che un nuovo capitolo nella storia della «shock economy», del «capitalismo dei disastri» (tipo uragano Katrina) è stata Naomi Klein. Ma c’è anche chi si spinge oltre e dischiude uno scenario sconosciuto su Haiti, «il paese più povero dell’emisfero occidentale».
    Uno scenario che racconta di una Haiti ricchissima, strabordante di risorse naturali. Una realtà finora sconosciuta ai più (ma non a tutti…) che risulta da un lungo articolo scritto per Global Research, organismo non-profit di ricerca sulla globalizzazione basato a Montreal, in Canada (www.globalresearch.ca), da F. William Engdhal. Per lui, dietro le bubbole umanitari, la Haiti post-terremoto è in realtà il teatro «di un dramma per il controllo di quella che i geo-fisici ritengono possa essere una delle zone più ricche del mondo in idrocarburi al di fuori del Medio Oriente, forse anche maggiori di quelli del vicino Venezuela», nonché dell’Arabia saudita.
    Engdhal cita il «fato geologico» che ha piazzato Haiti su una delle «più attive zone geologiche del mondo», all’intersezione di tre placche tettoniche – quelle di Nord-America, Sud-America e Caraibi – il cui perenne movimento-scontro di 50-100 mm l’anno provoca i terremoti ma può «spingere verso l’alto grandi volumi di petrolio e gas». Un «fato geologico» dimostrato, nel 2008, dalla scoperta da parte di un consorzio di compagnie guidato dalla spagnola Repsol, di un giacimento «super-gigante» da 20 miliardi di barili nelle acque di Cuba, che ha catapultato i presidenti russo e cinese, Medvedev e Hu Jintao, a stringere «rapporti strategici» con l’Avana.
    A riprova delle sue affermazioni Engdhal scrive che «nel 2005, un anno dopo che l’amministrazione Bush-Cheney rovesciò nei fatti il presidente eletto democraticamente di Haiti, Jean-Bertrand Aristide, un team di geologi dell’Institute for Geophysics dell’università del Texas avviò un ambizioso programma e la mappatura in due fasi di tutti i dati geologici del Bacino dei Caraibi». Un programma «miliardario» da completare nel 2011 e sponsorizzato «dalle maggiori compagnie petrolifere del mondo», Chevron, ExxonMobil, Shell e BHP Billitop…
    Guarda caso, proprio ora «emerge che le maggiori compagnie petrolifere erano come minimo consapevoli da lungo tempo» (almeno dal ’79, anno delle prime perforazioni sul Plateau Central e nell’isola di Gonaïve), «dell’enorme potenziale petrolifero della regione. Ma decisero di starsene zitte».
    Engdhal ricorda poi come Aristide, rovesciato due volte da golpe entrambi, per quanto con modalità diverse, «U.S. backed» (nel ’91 con Clinton, nel 2004 con Bush jr), aveva annunciato un piano dettagliato, in partnership pubblico-privato, per sviluppare le risorse mimrarie haitiane in favore della popolazione e non solo delle 5-10 famiglie dell’oligarchia e dei loro supportes haitiani, le «Chimères», spacciati come «società civile» e in realtà bande di gangsters.
    «Dalla cacciata di Aristide nel 2004, Haiti è stata un paese occupato» da una missione Onu che in molti più che una forza di stabilizzazione vedono come una forza di occupazione, «con un presidente eletto fra molti sospetti quale René Préval, un controverso seguace delle imposizioni privatizzatrici dell’Fmi e stando alle voci correnti legato alle “Chimere” e all’oligarchia haitiana, che appoggiò la rimozione di Aristide». Lo stesso Aristide, che nonostante la deriva politica e le mattane personali, resta popolarissimo fra le masse haitiane e di cui sia il dipartimento di stato Usa sia Préval «impediscono il ritorno dall’esilio in Sudafrica».
    Secondo l’articolo, gli Usa, la Francia e il Canada «puntano alla balcanizzazione di Haiti per il controllo delle sue risorse minerarie». Gli Usa vogliono Port-au-Prince e l’isola di Gonaïve col suo off-shore che anche la Francia pretende, il Canada aspira al nord del paese.
    Per concludere. «Un’occupazione militare Usa di Haiti, sotto il pretesto degli “aiuti” post-terremoto, darebbe a Washington e al business privato ad esso legato un premio geo-politico di prim’ordine. Prima del sisma del 12 gennaio l’ambasciata Usa a Port-au-Prince era la quinta più grande del mondo, paragonabile a quelle di posti strategici quali Berlino e Pechino. Con le nuove enormi scoperte petrolifere al largo di Cuba sfruttate dalle compagnie russe; con i chiari indizi che Haiti racchiude altrettanto grandi riserve di petrolio non ancora sfruttate così come di oro, rame, uranio e iridio; con il Venezuela di Hugo Chávez come vicino meridionale di Haiti, un ritorno di Aristide o un qualsiasi leader popolare deciso a usare quelle risorse a beneficio del popolo di Haiti, costituirebbe un colpo devastante per l’unica super-potenza mondiale. Il fatto che subito dopo il sisma, l’inviato dell’Onu per Haiti Bill Clinton si sia messo insieme con il nemico di Aristide George W. Bush per creare una cosa chiamata the Clinton-Bush Haiti Fund dovrebbe far riflettere chiunque».
    Solo fanta-politica ?

  • riportato da Il Manifesto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...