La carte del processo sul Vajont: una storia infinita


Una storia esemplare: il percorso dei documenti processuali che svelano tutti i retroscena della tragedia del Vajont e delle complicità della classe dirigente per occultare le responsabilità. Un caso da studiare se vogliamo capire il presente della “politica”.

Collegatevi a:

http://paoblog.wordpress.com/2009/12/15/vajont-i-segreti-del-processo/

e anche a:

www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/sisma-aquila-13/archivio-vajont/archivio-vajont.html

Un esempio storico illuminante: l’atteggiamento della stampa italiana dopo i fatti del Vajont


Il ruolo della giornalista Tina Merlin  nel denunciare i responsabili della catastrofe del Vajont , ricordato in una pagina dell’Associazione culturale Tina Merlin. E il comportamento da “pompiere” della grande stampa italiana che cercò di nascondere i fatti, anche attraverso i “grandi giornalisti” come Indro Montanelli.

Collegatevi a:

http://www.tinamerlin.it/Pubblicazioni/Anniversar_6-22.aspx

Un intervento di Naomi Klein sulla nuova possibilità di sfruttare una catastrofe naturale come il terremoto ad Haiti


 Un intervento      di      Naomi Klein 

Shock economy: fermarli prima che colpiscano di nuovo
Come ho scritto nel mio libro Shock Economy le crisi vengono usate come pretesto per imporre politiche che non si potrebbero adottare in condizioni di stabilità. Nei periodi di crisi estrema, le popolazioni aspettano disperatamente aiuti umanitari di qualsiasi tipo, qualsiasi forma di finanziamenti, e non si trovano nella condizione di negoziare i termini di quegli aiuti.
Voglio fare una piccola digressione per citare un documento straordinario, che ho appena pubblicato nel mio website. Il titolo dice: «Haiti: fermarli prima che impongano un’altra volta lo shock». L’informazione è stata presentata poco tempo fa nel web della Heritage Foundation (una fondazione o think-tank dell’élite della classe dominante statunitense che formula le politiche e le ideologie che poi attuano i governi di turno).
«In mezzo alle sofferenze, la crisi di Haiti offre delle opportunità agli Stati uniti. Oltre a fornire aiuti umanitari immediati, la risposta degli Stati uniti al tragico terremoto offre l’opportunità di ristrutturare il governo e l’economia di Haiti, che funzionano male ormai da tempo, oltre che di migliorare l’immagine degli Stati uniti nella regione».
Non so se le cose stanno migliorando, dal momento che la risposta della Heritage Foundation, 13 giorni dopo l’uragano Katrina, fu la presentazione di 32 proposte neo-liberiste per aiutare coloro che erano stati colpiti da quel disastro. Nel nostro web abbiamo pubblicato anche quel documento. Le loro proposte per le vittime di New Orleans consistevano nella chiusura delle case di edilizia pubblica, nella conversione la costa del golfo del Messico in una zona franca e nella eliminazione delle leggi che obbligavano gli imprenditori a pagare un salario minimo ai loro impiegati. Allora, nel caso di Katrina, ci misero 13 giorni per formulare quelle raccomandazioni, ora, nel caso di Haiti, sono bastate 24 ore.
Dico che non so se le cose stanno migliorando perché hanno tolto quel documento dal loro sito dopo poche ore. Quindi, forse, qualcuno li ha infomati che non era il massimo. E al suo posto ne hanno messo un’altro molto più «sensibile». Per fortuna, i corrispondenti di Democracy Now, sono riusciti a scovare il primo documento su Google. Ma quello che hanno visto nel sito è la parte più morbida di «quello che si deve tenere a conto mentre aiutiamo Haiti». Mezzo nascosta si trova l’affermazione che «le riforme necessarie per la democrazia e l’economia haitiane sono già in grave ritardo».
Per noi è necessaria la garanzia che gli aiuti a Haiti assumano la forma di sovvenzioni e non di prestiti. Questo è un punto critico. Si tratta di una popolazione già soffocato dal debito estero. Questo disastro da un lato è naturale – un terremoto – ma da un altro lato è provocato ed è stato peggiorato dall’impoverimento degli haitiani, a cui ha contribuito la complicità dei nostri governi. I disastri naturali sono peggiori in paesi come Haiti per esempio per l’erosione dei suoli che si verifica quando la povertà obbliga i settori marginali a costruire le loro case in condizioni precarie. Tutti questi fenomeni sono intrecciati. Ma non possiamo permettere in nessun caso che questa tragedia – in parte naturale e in parte artificiale – sia usata per provocare un ulteriore indebitamento di Haiti né per imporre politiche che favoriscano le nostre corporations. E questa non è una teoria sulle cospirazioni. L’hanno già messa in atto un’infinità di volte.
Intervento pronunciato giovedì
15 gennaio nel programma di Amy
Goodman «Democracy Now», in onda
quotidianamente su 800 tv degli Usa
citato da Il Manifesto 

 

 

Un tranquillante ottimismo . Lettera aperta al sindaco di Biasca sulla sicurezza al Ponte Rosso.


Al sindaco di Biasca

Avv. Jean-François Dominé        6710 Biasca

Egregio sig. Dominé,

durante la conferenza che avevamo tenuto a Biasca nel  marzo 2008 Lei aveva valutato positivamente la nostra proposta di mettere in funzione, in casi di situazione di emergenza, la vecchia galleria ferroviaria al Ponte Rosso, bloccando la strada cantonale ed organizzando il passaggio del traffico tramite dei semafori. Questo suo apprezzamento sottintendeva che anche lei riconosceva l’esistenza di un pericolo residuo che meritava ancora ulteriori misure di premunizione per rendere sicuro il passaggio in quel punto durante i periodi di  forti precipitazioni.

Successivamente  la nostra associazione aveva sottoposto al Municipio di Biasca quella  stessa proposta tramite lettera, ma da allora  non abbiamo più ottenuto risposta.

Durante la discussione in Gran Consiglio sulla mozione Cleto Ferrari e firmatari , che chiedeva la costruzione di una galleria al Ponte Rosso, Lei era intervenuto nel dibattito  parlando contro la proposta di galleria e sostenendo sostanzialmente che i lavori effettuati nel 2008 sono sufficienti a garantire la sicurezza in quel punto. Questo suo intervento ci aveva sorpreso: ci siamo chiesti  infatti come mai  a distanza di un anno Lei avesse cambiato opinione, non riconoscendo più l’esistenza di un pericolo residuo dopo la costruzione della vasca di contenimento sul riale Vallone. Non sarebbe stato più corretto ( pur non accettando l’idea della galleria ) riconoscere tuttavia che un pericolo ancora può sussistere ? Abbiamo quindi pensato che lei avesse voluto ulteriormente “tranquillizzare” qualcuno, ma non riusciamo tuttavia a credere che gli utenti della strada  che transitano al Ponte Rosso si sentano più tranquilli dopo  questo suo intervento.

Nel nostro comunicato del 22 novembre 2009 ( vedi su www.ponterosso.ch nella sezione “Attualità” )  noi abbiamo indicato le ragioni  che ci fanno  guardare alla  decisione  del Gran Consiglio come ad un atto irresponsabile, nella misura in cui nessuno si è chiesto come sia stato costruito il “deviatore” che dovrebbe convogliare la maggior parte delle acque e dei  materiali verso la vasca in caso di forti piogge, e quali pericoli quel manufatto lascia ancora scoperti. Se teniamo conto del dimensionamento  insufficiente della luce del ponte sulla cantonale , noi crediamo che sia realistico e responsabile attirare l’attenzione della popolazione sul fatto che del materiale trascinato dal riale può ancora arrivare sulla strada, e costituire un pericolo per le persone,  e questo malgrado i lavori realizzati.

Abbiamo finora  sempre sostenuto che al  Comune di Biasca non si possono  addebitare responsabilità per i ritardi nel costruire delle opere di premunizione a protezione della strada al Ponte Rosso, dopo l’alluvione del 1993, e continueremo a dire che se responsabilità ci sono vanno cercate altrove. E siamo determinati a portare avanti la richiesta affinché si faccia luce sulle responsabilità per la morte di Ariano Corti nel 1993 e di Laura Columberg nel 2006.  Questa storia è piena di contraddizioni, di errori e di silenzi colpevoli , ed è troppo seria ed importante perché  noi si debba oggi di nuovo accettare che  altri motivi di “opportunità” possano ancora produrre situazioni come quelle vissute. Ecco perché noi consideriamo pericoloso e fuorviante da parte Sua diffondere quello che appare come un inutile  “tranquillante ottimismo”  a proposito della sicurezza al Ponte Rosso.

Le rivolgiamo perciò pubblicamente  tre domande, ricordando la frase che concludeva il testo del Municipio di Biasca in occasione dell’inaugurazione delle opere realizzate nel 2007-2008 sul riale Vallone:

La popolazione tutta è ora sicuramente più tranquilla perché le opere si sono concluse ed il comparto è finalmente più sicuro.”

Con quel  retorico “la popolazione tutta” si era voluto tranquillizzare ipotizzando un consenso generale , preferendo però ignorare che i dubbi sulla sicurezza del Ponte Rosso erano e restano molto presenti in chi quotidianamente transita in quel punto.
Le chiediamo:
·         Aver elogiato in quel testo  tutta l’opera svolta per poter arrivare a realizzare quel progetto , dimenticandosi però di parlare dei morti e dei feriti ( e di quanto deciso dal DT nel 1996  quando il primo progetto Filippini era stato rifiutato nel modo sbrigativo che lei sa  )  aveva lo scopo di tranquillizzare chi ?
·         Quando  Lei  ha poi sentito il bisogno di  parlare in Gran Consiglio contro la costruzione della galleria ( durante la discussione della mozione Ferrari )  voleva  ancora tranquillizzare  qualcuno  ?
·         Quando afferma che  oggi la sicurezza è maggiormente  garantita  intende dire che la “luce” del Ponte Rosso è tale da far passare sotto di sé qualsiasi quantità  e dimensione di materiale il riale Vallone   potesse ancora trasportare senza creare pericoli sulla strada ?  Su questo , Lei  condivide l’opinione della Divisione delle costruzioni  espressa dall’ing.  Pettinari , secondo cui il ponte era stato costruito tenendo conto della dimensione effettiva dei materiali che il riale  poteva convogliare a valle ?
La ringraziamo per la sua risposta.
Con i nostri cordiali saluti.

Per Associazione Ponterosso  :   Alfredo Quarta         Enzo Ritter     Bruno Strozzi

Permafrost : il suolo in movimento


” Il suolo in movimento
Il suolo gelato in permanenza, il cosiddetto permafrost, è un suolo gelato per tutto l’anno, in cui l’acqua gelata salda in un unico blocco detriti e frammenti di roccia sciolti. In alta montagna il permafrost si forma sia su roccia solida, sia su materiali sciolti, conoidi detritiche, morene e terreno in generale. La fascia altimetrica del permafrost si sviluppa al di sotto delle regioni glaciali, approssimativamente a partire da 2600 metri di quota.
Un ulteriore aumento della temperatura provocherebbe a breve termine un aumento dello spessore dello strato di disgelo estivo, a medio e lungo termine lo scioglimento di masse di permafrost a grande profondità e un innalzamento della fascia di permafrost verso quote più elevate.
Negli anni Ottanta i suoli caratterizzati da permafrost si sono riscaldati da 0,5 a 1°C. Negli ultimi cento anni il limite del permafrost si è innalzato da 150 a 200 metri d’altezza. Per i prossimi 50 anni le ricerche del PNR 313 prevedono, per un riscaldamento compreso tra 1 e 2° C, un ulteriore spostamento in altezza di 200-750 metri.
Per il momento è purtroppo difficile stimare i tempi di reazione delle temperature del permafrost all’aumento delle temperature medie annue. Un continuo aumento delle temperature potrebbe però provocare spostamenti di masse detritiche di proporzioni finora mai verificatisi in tempi storici.
Conseguenze:
Le conseguenze di tale riscaldamento per le regioni alpine non sono ancora valutabili con precisione. Possono essere direttamente coinvolte le fondamenta di edifici e impianti di risalita, che possono essere danneggiate da movimenti di assestamento nel sottosuolo dovuti allo scioglimento del ghiaccio. Come esempio si può citare il rifugio Erzherzog-Johann sul Grossglockner.
Attraverso la modifica dei rapporti idrologici nel sistema di fratture, lo scioglimento del ghiaccio può destabilizzare anche pareti rocciose. Anche conoidi detritiche contenenti ghiaccio, morene ecc. perdono con il ghiaccio il collante che li rende coerenti. Complessivamente la riduzione del permafrost aumenta l’instabilità dei versanti. Finché le temperature del sottosuolo non ritorneranno in equilibrio con quelle dell’atmosfera, si può prevedere una maggior frequenza di frane, smottamenti e colate di fango. Spesso tali eventi potranno interessare anche il fondo valle, minacciando quindi anche i centri abitati e le vie di comunicazione. Un evento provocato probabilmente anche dallo scioglimento. ”

Vedi il testo completo su http://www.ponterosso.ch/immagini/documenti/Clima_cambiamenti_in_generale/2002.03_Cambiamenti_climat_Alpi_AlpNet.pdf

Gli scettici dell’effetto serra


Gli scettici dell’effetto serra

Il protocollo sul clima approvato a Kyoto nel 1997 chiede ai paesi industrializzati una riduzione delle emissioni serra entro il periodo 2008-2012 di almeno il 5% rispetto alla situazione del 1990. L’obiettivo della 6ª Conferenza mondiale sul clima di Den Haag del novembre 2000 era di rendere il protocollo sul clima di Kyoto il più concreto possibile nei settori più controversi, così da diventare ratificabile da parte delle principali parti contraenti.

Con l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) – un organo internazionale dell’ONU di circa 2.500 scienziati, per il quale stanno svolgendo lavori preparatori altri 3.000 scienziati – la Convenzione sul clima dispone di un proprio organo scientifico, che elabora e valuta costantemente il più recente stato delle conoscenze.

A questi consulenti scientifici dell’ONU – che nella loro terza relazione sulla situazione prevedono un aumento delle temperature fino a 6° C per il prossimi cento anni e ritengono probabile che il riscaldamento degli ultimi decenni sia stato per la maggior parte provocato dalle attività umane – si contrappongono quelli dell’industria. Questo limitato numero di cosiddetti “esperti del clima”, ingaggiati dall’industria petrolifera e del carbone e a capo di diverse organizzazioni come la Global Climate Coalition, contraddice gli scienziati dell’IPCC. Tra gli addetti ai lavori questi “esperti” vengono chiamati “scettici del clima” (climate skeptics) o “scettici dell’effetto serra” (greenhouse skeptics)12.

Il giornalista americano Ross Gelbspan ha studiato per due anni l’industria petrolifera e del carbone americana e le attività degli scettici del clima da essa finanziati13. Gelbspan afferma: “Negli ultimi sei anni il settore petrolifero e del carbone ha speso milioni per una campagna di propaganda volta a minimizzare i rischi dell’incombente catastrofe climatica. Gran parte di queste somme sono state utilizzate per garantire l’apparizione sui media di un pugno di scienziati con posizioni anomale sulla problematica del clima; ‘esperti’ dal presenzialismo sponsorizzato e dalla credibilità puntellata, che occupano una posizione sui media assolutamente non conforme al loro significato all’interno della comunità scientifica”.

Estratto da

I cambiamenti climatici e le Alpi

Elke Haubner, CIPRA International

Vedi  il testo completo in:

http://www.ponterosso.ch/immagini/documenti/Clima_cambiamenti_in_generale/2002.03_Cambiamenti_climat_Alpi_AlpNet.pdf